6) Nico Muhly, "Mothertongue"
Collaboratore di Björk e di Antony (per cui ha diretto l’orchestra a Milano lo scorso 10 settembre), Muhly ha 27 anni ed è una sorta di enfant prodige della musica classica contemporanea. Viene da Providence, Rhode Island, e dopo la laurea in letteratura alla Columbia e il master alla Juilliard School, ha iniziato una carriera sorprendente come compositore per teatri e compagnie di balletto di altissimo livello, finendo per diventare il protégé di Philip Glass. Ora, mentre sta lavorando ad un’opera per il Metropolitan su un delitto ai tempi di Internet, ha fatto uscire Mothertongue, il suo secondo album: un vero capolavoro che è il precipitato delle sue passioni letterarie e musicali (il minimalismo, Britten e la musica religiosa inglese del Sei-Settecento). La prima delle tre sezioni - Mothertongue appunto - vede il mezzo-soprano Abigail Fischer trasformare in suoni un elenco di numeri telefonici, indirizzi, luoghi e Stati mentre la musica ci fa ricordare sia Glass sia Arvo Pärt. Wonders ha invece come protagonista l’artista islandese Helgi Hrafn Jónsson che suona il trombone e canta frammenti di un sonetto di Giacomo I e di un testo anonimo seicentesco contro l’organista ubriacone della cattedrale di Chichester. Infine, The Only Tune decostruisce un’antica murder ballad inglese affidandone il testo alla bella voce di Sam Amidon, spesso abbinata ad un organo Farfisa.
www.myspace.com/muhly
5) Plants and Animals, "Parc Avenue"
Se Montreal è di per sé una città verde e ariosa, Parc Avenue è una delle sue vie più allegre, un concentrato di colori, lingue e sapori. Figlio del suo spirito è il sorprendente debutto di due chitarristi (Warren Spicer e Nicolas Basque) e un batterista (Matt Woodley), diventati noti fuori dalla scena cittadina dopo aver aperto il tour 2007 dei concittadini Wolf Parade. Gli 11 brani propongono un ibrido di pop, rock, jazz, funk, folk, world music e – soprattutto – improvvisazioni degne di una jam band post-Grateful Dead. Momenti sobri si intrecciano a toni epici senza apparire pretestuosi. Arrangiamenti alt-country o classic rock virano spesso e volentieri in un lussureggiante uso orchestrale di fiati e di archi (curati – questi ultimi – da Sarah Neufeld degli Arcade Fire). Insomma, un mix, com’è stato scritto, tra i Radiohead di OK Computer, i Flaming Lips, i Queen e Cat Stevens che sembrerebbe improponibile ed invece appare naturale e coinvolgente. Una festa sonora dalle mille facce.
http://www.youtube.com/watch?v=pSE6dSz3uLI&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=KDNMN8S1fiw&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=QpvjxAmvm70
http://www.youtube.com/watch?v=Zv38lzb2imE&feature=related
4) Chicha Libre, "¡Sonido Amazonico!"
La chicha è una bevanda alcolica ottenuta dal mais, inventata dagli Incas. Da fine anni ’60 è anche un ibrido musicale nato nel Perù amazzonico dall’incontro di suoni afro-caraibici della Cumbia colombiana, folklore andino e ascolti americani (surf e psichedelia). Un sincretismo popolare riscoperto per caso a Lima da Olivier Conan, francese trapiantato a Brooklyn dove è co-proprietario dell’impresa Barbès che è sia un’etichetta sia un club multiculturale. Per riproporre lo spirito meticcio della chicha, ha creato un sestetto in cui canta in spagnolo e suona il cuatro, l’ukulele venezuelano. Tra tastiere vintage (l’Hohner Electravox, una fisarmonica che suona come un Farfisa) e un trionfo di congas, maracas e bongos, presenta cover di gemme dimenticate, versioni chicha di Vivaldi, Ravel, Satie e persino di Popcorn, incursioni in territorio francese che ci ricordano Gainsbourg e nuovi brani deliziosi. Una vera esplosione di freschezza.
http://www.youtube.com/watch?v=Nwilj08r2fY
http://www.youtube.com/watch?v=_cpOi0pUCW0&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=hNPUXYnQOLE
http://www.youtube.com/watch?v=DxiNMotebO8&feature=related
3) Bon Iver, "For Emma, Forever Ago"
Chi ha visto e soprattutto letto Into The Wild, sa che l’idea di fuga dalla civiltà è una costante della cultura americana. Anche Justin Vernon ha sentito l’attrazione per le terre selvagge, ma per fortuna con esiti decisamente meno drammatici del protagonista del libro di Krakauer e del film di Penn. Deluso dalle sue relazioni sentimentali e musicali (suonava con i futuri Megafaun), si è rifugiato per quattro mesi in uno chalet nelle foreste del Wisconsin. Il risultato è un disco sorprendente, che ha suonato, registrato e inizialmente prodotto pressoché tutto da solo. Nove brani, cantati in un espressivo falsetto, che ricordano Elliott Smith, Iron & Wine e Micah P. Hinson. Frutti di un drammatico ma pacificante faccia a faccia con la natura, vivono tra luce e oscurità e sanno di neve, legno e fuoco. Lo pseudonimo scelto da Justin è una storpiatura di un augurio in francese di buon inverno sentito – guarda caso – in una puntata di Un medico tra gli orsi, la serie tv girata in Alaska.
http://www.youtube.com/watch?v=62i9Sodwp5o
http://www.youtube.com/watch?v=K4E9412xyJ4&feature=channel
http://www.youtube.com/watch?v=i6S__IpVpSQ&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=ehe7o8GN6dc&feature=related
2) Sam Amidon, "All Is Well"
Dopo essercene innamorati a sorpresa al primo ascolto, abbiamo scoperto che l’autore di All Is Well era un 26enne di Brattlebro, Vermont, nato in una famiglia di musicisti folk ex hippy: Sam Amidon. Che le emozionanti canzoni da lui cantate con trasporto - accompagnandole con chitarra e/o banjo – appartenevano alla tradizione dei Monti Appalachi. Che l’album era stato registrato a Reykjavik da Valgeir Sigurðsson, il produttore preferito di Björk. Che accanto a Sam (e a Sigurðsson, al basso e all’harmonium), c’erano Ben Frost (basso e programmazioni), Aaron Siegel (percussioni e glockenspiel), Eyvind Kang (viola) e soprattutto Nico Muhly, responsabile delle parti al piano e degli arrangiamenti che rendono il tutto così speciale. Un mix prezioso ma mai cerebrale tra indie-folk e avanguardia.
http://www.youtube.com/watch?v=Rw7pZvQPvcg (Saro)
http://www.youtube.com/watch?v=WIIKHFN0svc&feature=related (Wedding Dress)
http://www.youtube.com/watch?v=TWQ6V2GBKoY&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=HIJhG_kR9fE&feature=related (Wild Bill Jones)
1) Fleet Foxes, "Fleet Foxes"
http://www.youtube.com/watch?v=DrQRS40OKNE (White Winter Hymnal)
http://www.youtube.com/watch?v=brZTvGIzeGg&feature=related (He Doesn't Know Why)
http://www.youtube.com/watch?v=gk4fqJ__B5g (Blue Ridge Mountains live)
http://www.youtube.com/watch?v=vu_3RS2rO78&feature=related (Tiger Mountain Peasant Song live)
http://www.youtube.com/watch?v=IH2T4Ox1gls (Ragged Wood)
[14 dicembre 2008] Nella classifica di quelli che consideriamo i dischi più belli dell'anno ci saranno sicuramente nelle prime posizioni due dischi che abbiamo amato tantissimo negli scorsi mesi, ovvero "All Is Well" di Sam Amidon e "Mothertongue" di Nico Muhly, due album dell'islandese Bedroom Community. Due opere complementari dato che Nico suona nel disco di Sam e Sam canta in quello di Nico.
Tra i nostri ascolti "world" uno spazio speciale ce l'hanno avuto sia i congolesi Konono N° 1 sia i cinesi Hanggai. Dei primi abbiamo apprezzato il bellissimo e ipnotico "Live at Coleur Café" e dei secondi lo spiazzante e affascinante "Introducing Hanggai".
Di questi quattro cd abbiamo parlato (col consueto pseudonimo Maugham) nella nostra pagina "Slowmusic" sul numero di dicembre della rivista Slowfood, pubblicata da Slowfood Editore. Se li volete leggere, potete andare su http://editore.slowfood.it/editore/Riviste/SLOWFOOD/IT/37/articoli/030_040recensioni.pdf e poi spostarvi di 8 fogli in formato .pdf fino a quella che sul bimestrale è la pagina 38.
Di un artista italiano che ci ha emozionato tantissimo nel 2008, ovvero Vasco Brondi in arte Le Luci della Centrale Elettrica, abbiamo parlato nel numero di dicembre del mensile Il Giornale della Musica. Se volete leggere il nostro pezzo su di lui, andate su http://www.giornaledellamusica.it/edicola/?id=24289
[1° dicembre 2008] Tra i dischi che ci sono piaciuti di più nel 2008 un posto speciale spetta a ¡Sonido Amazonico! dei newyorchesi Chicha Libre (www.myspace.com/chichalibre), un album che rivisita in chiave assolutamente personale un genere musicale (la chicha, appunto) nato nel Perù di fine anni Sessanta e che la casa discografica della band (la Barbès) ha riproposto in una stupenda antologia, The Roots Of Chicha: Psychedelic Cumbias from Peru. Il 2008 è stato anche l'anno della ripubblicazione da parte dell'etichetta Luaka Bop di David Byrne (dei Talking Heads) di uno dei più intriganti dischi usciti in Brasile negli ultimi anni, ovvero Futurismo di Kassin+2 (www.myspace.com/kassinplus2), terza puntata del progetto "+2" di tre protagonisti del nuovo sound carioca: il bassista Alessandre Kassin, il batterista Domenico Lancelotti e il chitarrista Moreno Veloso (figlio del celeberrimo Caetano). Altro album che ci ha colpito quest'anno, infine, è Heretic Pride dei Mountain Goats (www.myspace.com/11734232), la formazione di quel genio che è John Darnielle, considerato da The New Yorker il miglior autore di testi non hip-hop esistente negli Stati Uniti in questo momento.
Di questi quattro dischi abbiamo parlato nel nostro ultimo "Slowmusic", la pagina che curiamo sulla rivista "Slowfood" (giunta al n° 36) con lo pseudonimo Maugham. Se volete leggerla (il che ci farebbe molto piacere), andate su http://editore.slowfood.it/editore/riviste/slowfood/IT/36/articoli/34.pdf e poi spostatevi sulla seconda pagina (nella prima c'è un articolo di Nicola Ferrero).
[24 novembre 2008] Grande serata quella di sabato scorso al Ratatoj dove hanno suonato i Le Man Avec Les Lunettes, che hanno proposto un concerto divertente ed emozionante.
[2 novembre 2008] Matteo Castellano (www.myspace.com/matteocastellano) è un giovane cantautore di Fossano che per molto tempo si è fatto le ossa suonando nelle vie del centro di Torino. Questa rubrica ne ha parlato nel settembre 2006 in occasione di una sua esibizione allo Yu Jei Kev di Costigliole, dove colpì il non numerosissimo pubblico presentandosi con un abito scuro "oversize" e la faccia truccata di bianco e proponendo una scaletta di cover decisamente reinterpretate (Cohen, Conte, Endrigo) e pezzi propri. E questi ultimi erano brevi e frammentari ritratti di varia umanità, schegge più o meno impazzite di un'ironica quanto malinconica e sofferta poesia. Nel frattempo, si è conquistato un nome all'interno del circuito dei cantautori indipendenti torinesi e ha suonato sovente da queste parti, come al Nuvolari Libera Tribù quest'estate quando, aprendo le Luci della Centrale Elettrica, ha conquistato un po' tutti mettendo in ombra - a detta di molti - il noto cantautore romagnolo. Venerdì 31 ottobre, Matteo si è esibito per la prima volta al Condorito di Margarita con uno show che mescolava come sempre momenti struggenti e divertentissimi toni semi-cabarettistici, temi seri e atteggiamenti strampalati, sacro e profano, momenti lirici e altri decisamente prosastici. In piedi, alto e un po' svagato, armato della sola chitarra acustica che tiene appesa quasi vicina al collo (e che suona con sapienza), ha proposto un'ora della sua musica (più la versione destrutturata e comicissima di "Fotoromanza" della Nannini). Il pubblico si è trovato catapultato in un mondo dove si muovono borghesi grigi e spacciatori, extracomunitari e centri d'accoglienza, Gesù Cristo (nella emozionante "Se dipingessi Cristo") e la shakespeariana Ofelia (nella splendida "Una zitella al neon", ascoltabile anche sulla sua pagina MySpace), le vele delle "Barche amorrate" di Dino Campana e il tempo che travolge tutto e tutti ("Canzone del vento"). Un concerto dove canzoni che tolgono il fiato come "Boccuccia" e soprattutto "Fiorellino" possono convivere con una scoppiettante e spiazzante reinterpretazione de "La macchina del capo ha un buco nella gomma". Sorprendente ed eccentrico, Matteo Castellano è - l'avrete capito - soprattutto un poeta.
[27 ottobre 2008] Dobbiamo ammettere che Moltheni (www.myspace.com/moltheni), che sabato scorso (25 ottobre) si è esibito al Ratatoj di Saluzzo parzialmente rinnovato (in meglio), ci ha particolarmente deluso. Dobbiamo altresì riconoscere che ci eravamo persi le mosse precedenti del cantautore marchigiano, che avevamo ascoltato per la prima volta solamente nelle scorse settimane sulla sua pagina MySpace (dove ha tra i "top friends" personaggi che adoriamo come Marissa Nadler, Fleet Foxes, Devendra Banhart e Promise and the Monster). Ma se lì, anche grazie a toni (che ci erano apparsi) minimalisti, l'impressione a caldo era stata più che buona, dal vivo Umberto Giardini (accompagnato da una band di quattro elementi) ci ha presto annoiato, proponendo una sorta di mix piuttosto derivativo che evocava spesso e volentieri Tiromancino, Negramaro e soprattutto Afterhours. Chiediamo scusa ai numerosi (e appassionati) fan presenti per la nostra superficiale insensibilità. Ancora meno interessante il gruppo di supporto, i perugini Colore Perfetto (www.myspace.com/coloreperfetto), particolarmente anonimi e inutili.
Ci eravamo divertiti molto di più il giorno prima (venerdì 24 ottobre), iniziato alla mattina al Salone del Gusto di Torino con l'esibizione del trio georgiano di canto polivocale Gushin Shvidni (straordinario!) per poi terminare alla sera, al Condorito di Margarita, dove erano di scena i fiorentini Piet Mondrian (www.myspace.com/pietmondrianband). Alternando momenti più rumorosi, quasi à la White Stripes, basati su batteria e chitarra distorta, a situazioni più sognanti dove era protagonista una tastiera giocattolo, Michele (il chitarrista) e Caterina (la batterista-tastierista) non ci hanno colpito certo col loro virtuosismo ma ci hanno divertiti con i loro toni stralunati, i loro testi innervati di surreale follia e di iniezioni di realtà e le loro belle voci spesso all'unisono.
Non ci eravamo altrettanto dilettati la settimana precedente, sempre al Condorito, dove venerdì 17 ottobre era stato il turno della cantautrice (e chitarrista) Neve Su Di Lei e mercoledì 15 dei californiani (e simpatici) Ruby Howl. La prima (www.myspace.com/nevesudilei), accompagnata al cajón da Davide Elleestmorte, ci aveva lasciati perplessi per il carattere monocorde dei brani di sua composizione, l'uso sopra le righe della pur bella voce e per le potenzialmente interessanti cover di brani che brillavano per la loro prevedibilità ("Luka" di Suzanne Vega, "Ironic" della Morrissette, "Vacanze romane" dei Matia Bazar, "Mrs. Robinson" di Simon & Garfunkel). I secondi (www.myspace.com/rubyhowl), nati come progetto parallelo di un membro dei bravissimi Hazy Loper, ci sono apparsi capaci tecnicamente (e vocalmente), per certi versi intriganti, ma per molti altri aspetti poco convincenti, dimostrandoci che non basta fare indie folk per farci venire le lacrime agli occhi.
[13 ottobre 2008] La stagione autunnale musicale cuneese si può dire che sia iniziata venerdì scorso, 10 ottobre, al Condorito Club di Margarita (www.condorito.it), un locale che non cesseremo mai di elogiare e di consigliarvi. Un piccolo e confortevole salotto perfetto per godersi musica preziosa. Era di scena una band che amiamo particolarmente ovvero gli svedesi Holmes (www.myspace.com/holmezzz), che avevamo scoperto nella scorsa stagione proprio in questa stessa deliziosa location. Nel frattempo, il settetto proveniente da Vänersborg, ha registrato un album (uscito per la Black Star Foundation), ovvero "Wolves", che contiene dieci brani in bilico tra pop, indie folk e alt-country: insomma, un ideale incontro tra i Belle & Sebastian e il suono folk americano del Neil Young meno abrasivo. Preceduti dalle emozionanti (e minimali) canzoni del loro connazionale Baltazar White (www.myspace.com/baltazarwhite), i simpatici Holmes hanno incantato e cullato un pubblico particolarmente attento e motivato con un concerto breve ma intenso, illuminato quasi solo da alcune candele sui tavoli, privilegiando i momenti più convincenti del loro repertorio ("Storm" e "David Letterman" per esempio). Una serata di particolare calore. Gratificante.
La sera dopo, sabato 11 ottobre, siamo andati invece allo Spazio 211 di Torino (www.spazio211.com) dove era di scena una band storica della scena rock alternativa americana, ovvero i Lemonheads (www.myspace.com/thelemonheads), il gruppo che si è conquistato per sempre un posto nel nostro cuore grazie ad un album davvero portentoso, "It's A Shame About Ray" (1992), e ad una canzone, "Hospital" (contenuta nell'album “Car Button Cloth” del 2006), che non potrebbe mancare se dovessimo stendere la scaletta per il PPP ovvero il Pop Party Perfetto. Dal 1996 al 2006 il gruppo newyorchese è stato in pausa più o meno forzata per poi fare ritorno con un nuovo album. Autori di concerti dall'esito imprevedibile come riconoscono anche i loro fan (a Milano la scorsa settimana si sarebbero presentati a quanto pare senza batterista), hanno proposto al numeroso pubblico giunto in via Cigna 211 un concerto caldo e divertente che è iniziato e si è concluso con l'esibizione del solo Evan Dando con chitarra e voce. Non sono mancati né l'energia né i principali successi del gruppo (a parte la cover di "Mrs. Robinson" di Simon & Garfunkel), il che era già di per sé molto per chi era lì per la nostalgia del bel tempo (indie) che fu e non tanto per ammirare virtuosismi tecnici o spettacoli ad alta precisione.
[6 ottobre 2008] Sarà perché quest'estate ci siamo appassionati ad una fantastica urlatrice, Molly Siegel, la strepitosa cantante dei Ponytail (www.myspace.com/jreamteam), una band di Baltimora autrice di un album incandescente (Ice Cream Spiritual!) che propone dei brani tanto furiosi e selvaggi, quanto stimolanti e catartici. Sarà che ci aspettavamo performance tra il grand guignol e lo splatter che chiunque bazzica un po' l'avanguardia teatrale trova superate e datate. E francamente la cosa non ci entusiasmava più di tanto. Sarà per questo che alla fine l'esibizione al Red House di Bra di Violetta Beauregarde (www.myspace.com/missviolettabeauregarde) ci è sembrata tutto sommato divertente e piacevole. Simpatiche le basi elettroniche ottenuto con macchinari niente affatto sofisticati e con modi quasi "artigianali". Una sorpresa la stessa Violetta, la cui voce sopra le righe, tra punk e Japanoise, si intreccia a modi e toni piuttosto gentili e amichevoli, distanti anni luce dall'immagine estrema che si è costruita in passato. Il concerto era all'interno della seconda serata "Friday I'm In Love", che meritoriamente sta creando una nuova occasione per ascoltare musica dal vivo (intelligente) in provincia di Cuneo e in particolare in una città come Bra orfana della dipartita del Macabre.
[30 settembre 2008] Con grande piacere vi annunciamo che una delle band più interessanti che sono apparse in provincia di Cuneo in questo ultimo anno, ovvero i Micapungo (www.myspace.com/micapungozzz), sono tra i vincitori dell'edizione 2008 del prestigioso concorso "Rock Targato Italia". La band di Montà d’Alba capitanata da Mano, lo svagato (ed efficace) ex cantante dei Malaweeda, propone un mix meticcio (e ballabile) tra pop, reggae, rock e suoni anni ‘80, arricchito da testi ironici e scorretti. Una proposta originale e personale che non a caso sta suscitando notevoli consensi. Ne siamo davvero felici. Come potrete dedurre leggendo il comunicato stampa degli organizzatori del festival, insieme a loro parteciperanno alla compilation di "Rock Targato Italia" hanno vinto altre due band conosciute nella Granda: i Reparto Numero 6 di Vercelli, premio speciale della giuria all'edizione 2007 di "Suoni emergenti", e i romagnoli Jang Senato, che hanno suonato quest'estate al Nuvolari.
[22 settembre 2008] Chi bazzica con costanza l'underground musicale cuneese (e - ovviamente - torinese) probabilmente prima o poi si è imbattuto in quel personaggio davvero sui generis che è Deian Martinelli in arte Deian (www.myspace.com/deiansong). Accompagnato spesso solamente dalla sua chitarra acustica, lo si è visto in questi anni eseguire nei luoghi più imprevedibili le sue canzoni stralunate dai testi sghembi e surreali. Amico di Bugo, di cui ha aperto sovente le esibizioni piemontesi, questo chansonnier di Moncalieri ha sempre avuto il potere di colpire e di indisporre allo stesso tempo: colpire perché i suoi pezzi non sono mai banali e posseggono momenti davvero geniali; indisporre perché spesso i suoi concerti solisti erano caratterizzati da un'anarchia esecutiva che finiva per confinare con la sciatteria. Finché è nato Lorsoglabro, ovvero la band che dal 2006 accompagna il Nostro. Composta da musicisti niente affatto improvvisati o pressapochisti, ha dato forma - seppur obliqua e lisergica - alla sostanza magmatica che sono le canzoni di Deian, colorandole di umori sonori eterogenei in bilico tra rock, psichedelia, pop cantautorale e persino jazz. Come dopo una collisione tra De André e Syd Barrett. Il risultato è davvero sorprendente, come si può dedurre ascoltando i pezzi presenti nella loro pagina MySpace e tratti dal loro (nuovo) album inedito. Davvero delle gemme che ci colpiscono ogni volta e non ci stanchiamo di ascoltare: "Danno permanente", ad esempio, "Medio", "Lei non sa chi sono io" e ovviamente la nostra preferita, "L'occhio più grande che ho", un vero capolavoro. Se Deian e Lorsoglabro ci erano già piaciuti tantissimo dal vivo quest'estate al Nuvolari, prima dello show dei brasiliani Selton, ci hanno convinto definitivamente nella loro esibizione che ha concluso, venerdì scorso (19 settembre) alla ex Bertello di Borgo, l'edizione 2008 di "Rock'n'Code" (cfr. www.myspace.com/encodefestival). Una performance di circa quaranta minuti di elegante e visionaria follia psichedelia che ci ha lasciati senza fiato, dimostrando definitivamente come siano ormai una delle formazioni più importanti e interessanti dell'attuale scena rock piemontese.
La serata era iniziata con la canzone d'autore dal sapore letterario dei cuneesi Lizziweil, capitanati dall'appassionata Laura Vertamy che nei suoi testi usa immagini e simboli con un gusto non si sa quanto involontariamente anni Settanta. Si era poi passati alla musica elettronica di Fausto Balbo, in passato chitarrista dei Jesus Went To Jerusalem e dei Der Tod (dove era in coppia con Simone Basso, ovvero Enomisossab), che ha proposto i suoi paesaggi sonori accompagnato da un performer che si è esibito tra il pubblico. I Caravan Spleen hanno invece presentato con la consueta allegria la loro musica a cavallo tra rock e dance, con un uso sempre più massiccio di elettronica ma anche di inezioni di sonorità anni Ottanta. Infine, prima di Deian e Lorsoglabro, sono saliti sul palco gli Hacienda che hanno acquistato in questi ultimi tempi maggiore sicurezza e solidità, dando notevole energia alle loro canzoni spesso un po' troppo complesse e macchinose ma risultando più convincenti nei momenti più - per così dire - rock'n'roll ("Barcollo e tremo") che in quelli più introspettivi, dove l'influenza dell'asse Marlene-Afterhours-Verdena incombe come una spada di Damocle.
Sabato 20 la ex Bertello ha invece ospitato "Encode", la serata dedicata invece all'elettronica incominciata con l'ambient psichedelica un po' indecisa tra melodia pop e visionarietà di Maiu (www.myspace.com/maiubelt), per poi svilupparsi con la efficace e grintosa performance del sorprendente Carlo Cerati e con l'esibizione dei fiorentini Ether.
[8 settembre 2008] L’Associazione 33 giri di Cuneo (www.myspace.com/web33giri) è nata nel febbraio 2006 dalla precedente ed omonima Sala Prove sorta in un locale della parrocchia San Paolo. Portata avanti con allegria da un gruppo di intraprendenti ragazzi, appassionati di musica e desiderosi di poter contare su un luogo “per giovani gestito da giovani”, vanta ormai una ventina di gruppi associati e l’organizzazione di una serie di eventi culturali, il più importante dei quali è sicuramente “Di tre in tre”, tre serate dedicate a rock, folk e classica svoltesi nell’inverno scorso (in Santa Chiara e San Giovanni). Ospiti: Cristiano Godano e Sergio Berardo.
Sabato 6 l’Associazione ha curato una nuova edizione di “AnfiteatRock”, una rassegna dedicata a gruppi emergenti svoltasi all’anfiteatro di via Fenoglio, nel quartiere S. Paolo di Cuneo. Inizialmente prevista in giugno, è iniziata nel tardo pomeriggio con due gruppi occitani: Cap Levat e Monsieur de Rien. Il mini-festival è ripreso alle 22 con i giovanissimi Materialisti Tristi (www.myspace.com/materialistitristi), che hanno proposto i loro brani tra Verdena e Radiohead. E’ stato poi il turno degli Apodios (www.myspace.com/apodios), vincitori del premio under 20 a Suoni Emergenti 2008, autori di una performance tra hard rock e psichedelia, particolarmente interessante soprattutto se si pensa che i tre sono tutti sedicenni. Sorpresa della serata sono stati, però, i Micapungo (www.myspace.com/micapungozzz), una band di Montà d’Alba capitanata da Mano, lo svagato (ed efficace) ex cantante dei Malaweeda. Il loro mix meticcio (e ballabile) tra pop, reggae, rock e suoni anni ‘80, arricchito da testi ironici e scorretti, è apparso originale e personale, suscitando notevoli consensi e facendo risultare il quartetto come una delle formazioni più interessanti emerse in zona in quest’ultimo anno. Finale davvero coraggioso con una delle formazioni più intransigenti della Granda: gli Io Monade Stanca (www.myspace.com/iomonadestanca) di Canale d’Alba che, con energia e la consueta precisione tecnica, si sono avventurati tra noise, rock e progressive. L’arrivo nella prima parte della loro esibizione di un tastierista, che ha innaffiato il tutto di sonorità rétro e psichedeliche, ha fatto emergere impreviste linee melodiche ed è riuscito a ridurre fortemente il tono cerebrale dell’intero progetto. Dopo il concerto la band è partita per Senigallia, dove registrerà il primo vero e proprio album al celeberrimo studio Red House (www.myspace.com/redhouserecordings).
[27 luglio 2008] Finalmente troviamo il tempo per iniziare a parlarvi degli ultimi concerti a cui abbiamo assistito. Alcuni nostri lettori si sono già lamentati dell'assenza negli ultimi numeri di questa newsletter delle consuete annotazioni ai margini delle nostre peregrinazioni musicali. Che comunque ci sono state, anche se hanno avuto come meta esclusiva il Nuvolari Libera Tribù. Niente trasferte a Torino alTraffic (nonostante la nostra curiosità per Battles, Wire e Patti Smith) né (per ora) allo Spaziale, dove avremmo visto con piacere i Vampire Weekend e Siouxsie. Non per disinteresse ma più per la pigrizia e per la stanchezza accumulata durante il tour de force teatrale di giugno che abbiamo documentato nell'altra nostra newsletter, "Il teatro e la cultura a Cuneo e dintorni". Ora, avevamo in progetto di andare a vedere i Mars Volta ma la improvvisa scoperta della sovrapposizione con i nostri amatissimi Tinariwen ha mandato in crisi i nostri piani. Chi vivrà, vedrà.
Ma procediamo con ordine.
Il luglio del Nuvolari è iniziato martedì 1 con il divertente ed energetico show dei triestini Trabant (www.myspace.com/trabant), una band che nel giro di pochissimo tempo si è fatta conoscere in tutta la scena indie italiana proprio per i suoi live. Guidati da un cantante piuttosto chiacchierone e divertente (il Marcello), propongono una divertente miscela tra punk-funk, pop e rock massicciamente intrisa di umori dance, dove hanno un ruolo importante le tastiere della brava e presente Joujou. Prima avevano suonato i simpatici cuneesi Caravan Spleen (www.myspace.com/caravanspleen), anche loro in bilico tra rock e dance, con il loro divertito eclettismo che li porta a citare senza soluzione di continuità (e senza restarne eccessivamente invischiati) Cure, Depeche Mode, Underworld e Sonic Youth.
Giovedì 3, sempre al Nuvolari, sono arrivati i Selton (www.myspace.com/seltonselton), l'effervescente quartetto di Porto Alegre (Brasile) divenuto famoso prima per la sua partecipazione al programma tv "Italo-spagnolo" di Fabio Volo e poi per "Banana a milanesa", un delizioso album di cover (in portoghese) di Enzo Jannacci e Cochi & Renato che hanno pure partecipato all'operazione. Dal vivo, ovviamente pezzi come Canzone intelligente, Ho visto un re, E la vita l’è bela, Vengo anch’io e Malpensa l'hanno fatta da padroni ma non hanno tolto spazio alle altre anime musicali di Ricardo Fischmann, Ramiro Levy, Eduardo Stein Dechtiar e Daniel Plentz (lo strepitoso batterista), che propongono anche canzoni di loro composizione (sia in portoghese che in spagnolo) nonché personali rivisitazioni di pezzi di Mina (Tintarella di luna) e - ancor meglio - dei Beatles, dove hanno mostrato in modo più esplicito la loro passione per la psichedelia ma anche per il tropicalismo brasiliano fine anni Sessanta che dalla psichedelia anglo-americana per certi versi deriva, come sanno bene i fan dei citatissimi Os Mutantes o Tom Zé. Prima dei quattro brasiliani, sul palco del NLT erano saliti Deian e Lorsoglabro, l'intrigante formazione torinese che unisce testi poeticamente surreali e sghembi, cantati con stralunata intelligenza appunto da quel chansonnier anomalo che è Deian, e un approccio musicale tra il jazz, lo swing, il rock e la psichedelia. Un gruppo che vi consigliamo di recuperare se non lo conoscete ancora che propone una sorta di mix obliquo e lisergico tra De André, Elio e le Storie Tese e Syd Barrett. Andate su www.myspace.com/deiansong dove potete ascoltare sei loro pezzi. In particolare non perdetevi "L'occhio più grande che ho". Un piccolo capolavoro.
Martedì 8, lungo le rive del fiume Gesso, erano invece protagonisti i Dandy Warhols (www.myspace.com/thedandywarhols), la band americana diventata famosa internazionalmente con il brano "Bohemian Like You", soprattutto dopo che la Vodafone l'ha scelto come colonna sonora di una sua fortunata serie di spot. Nel frattempo hanno avuto delle vicissitudini con la loro casa discografica ma qualche mese fa sono tornati in pista con un album, "Earth To The Dandy Warhols". Quella al Nuvolari era l'unica data italiana del loro tour europeo che li ha portati in giro per festival più o meno prestigiosi. Le perplessità della vigilia erano comunque abbastanza grandi: si temeva che il gruppo avesse vissuto malamente l'enorme successo arrivato con la loro più nota hit. Invece, nonostante il pubblico non numerosissimo ma comunque non esiguo (quella sera c'erano i Raconteurs a Torino), la serata è stata interessante e divertente e il gruppo di Portland ha dato il meglio di sé soprattutto quando il suo show, caratterizzato da una notevole eterogeneità in quanto a stili e a generi, si è colorato di umori e toni decisamente psichedelici. Prima di loro, ma molto più presto (tanto che siamo stati in parecchi a perderceli), avevano suonato i saluzzesi Kash (www.myspace.com/kashitaly), la band più americana della Granda, conosciuti (e apprezzati) dai Dandy Warhols la sera prima in un party privato.
Giovedì 10 è stato invece il turno di The Niro (www.myspace.com/theniro), ovvero il romano Davide Combusti. Un cantautore davvero speciale che sta conquistando un po' tutti. E' giunto ad un contratto con una major, la Universal, grazie ad un uso intelligente di MySpace, ad anni di esibizioni in giro per l’Italia e all’estero. Il suo punto di forza è la voce, che non è un'esagerazione definire bellissima. Dal vivo, la sua musica ha una colorazione nettamente più rock ma resta immutata la sua capacità di muoversi su più tonalità e di utilizzare senza titubanze il falsetto, quasi à la Antony. I suoi brani in inglese ricordano Elliott Smith, Nick Drake e soprattutto Tim e Jeff Buckley, ma senza essere semplicemente derivativi. Energici e passionali hanno conquistato il pubblico del Nuvolari. Uno dei momenti più intensi dell'estate musicale cuneese. Prima di lui, si era esibito armato solamente di una chitarra E.Z.R.A. Page (www.myspace.com/ezrapagebedroomrec), il cantautore di Carrù noto anche come Gwen Gift che fino a qualche tempo fa si esibiva con The Mets e che aveva fatto uscire qualche tempo fa un interessante album tra pop-rock e post-grunge, "Days To Swallow". L'esibizione ha privilegiato però soprattutto i nuovi brani in italiano caratterizzati da un approccio e soprattutto da testi particolarmente introversi e disperati che non hanno suscitato un particolare entusiasmo di chi invece apprezzava la precedente produzione. Se queste novità sono il segno della volontà di Jacopo (questo è il vero nome dell'artista) di non fossilizzarsi su formule rodate, pur tuttavia forse devono essere ancora ripensate. La stessa scelta dell'italiano non appare, a nostro parere, azzeccatissima. Ascoltando i pezzi ancora nella versione in inglese dell'ultimo ep ("Bedroom Recordings EP II", ascoltabile sulla pagina MySpace), il risultato sembra comunque più avvincente.
[20 luglio 2008] Chiunque abbia visto la sigla del programma "Fuori orario" su Raitre, ricorderà sicuramente un uomo che si tuffa da una barca e che sott'acqua trova una donna vestita da sposa. Un'immagine onirica di grande fascino tratta da "L'Atalante", il capolavoro che il regista francese Jean Vigo finì di girare nel 1934 poco prima di morire all'età di 29 anni. Sicuramente molto meno conosciuto è invece "À propos de Nice", un documentario di 24 minuti che egli girò nel 1929 insieme a Boris Kaufman, il direttore della fotografia russo futuro premio Oscar (nel 1955 per "Fronte del porto" di Elia Kazan), nonché fratello del rivoluzionario documentarista sovietico Vertov. Girato in una sola giornata, ai tempi del Carnevale, mostra la città francese con uno straordinario misto di poesia, ironia e critica sociale. Da un lato scorrono davanti ai nostri occhi il lusso dei frequentatori della Promenade des Anglais, di cui spesso si evidenziano posture ed espressioni più o meno buffe, i tavolini dei caffè, i balli, le spiagge, le barche a vela, gli idrovolanti, il gioco della pétanque, il tennis e le gare automobilistiche. Dall'altra parte, da un certo punto in poi, il montaggio serrato ed intelligente della coppia di artisti mette a confronto la Nizza più splendente con quella dei quartieri popolari con i suoi venditori di pesce o di socca, i bambini e i gatti. Mentre le immagini del carnevale si intensificano con la loro allegria sopra le righe, il senso di precarietà aumenta con scorci del cimitero e della zona industriale della città. Un'opera davvero preziosa, non solo per chi ama Nizza, che è stata la sorpresa maggiore del concerto di Michael Nyman, domenica 6 luglio a Borgo San Dalmazzo. Inizialmente prevista all'Anfiteatro Romano ma poi spostata per il maltempo nel nuovo Auditorium nella Ex Bertello, l'esibizione del compositore inglese al pianoforte ha avuto nella conclusiva sonorizzazione del documentario di Vigo il momento più suggestivo, nonostante che un problema tecnico l'abbia interrotto ad un minuto della fine. Nella prima parte dello show non erano mancati pezzi dalle colonne sonore che hanno reso famoso il musicista 64enne e che i fan hanno facilmente riconosciuto.
[24 giugno 2008] Nei giorni precedenti, avevamo fatto alcune visite al Nuvolari, che quest'anno stiamo un po' trascurando a causa dei nostri massicci impegni con il teatro, come sanno coloro che ricevono anche la nostra newsletter "Il teatro e la cultura a Cuneo e dintorni". Comunque, non ci siamo persi giovedì 12 giugno la seconda parte dello show dei sempre bravi Marta Sui Tubi, una band che era un po' che non vedevamo dal vivo e che continuiamo ad apprezzare. Martedì 10, abbiamo scoperto invece le capacità dei Bad Bones, un gruppo cuneese dedito ad un divertente hard rock grazie a cui è in procinto di iniziare un tour di due mesi e mezzo negli USA, organizzato dai gestori del celeberrimo Whisky à Go-Go di Los Angeles.
Sabato 7, infine, abbiamo assistito al bel concerto dei Baustelle, una band che invece ci aveva lasciati un po' perplessi qualche anno fa in occasione della sua prima esibizione al Nuvolari. Molto migliorati anche da un punto di vista strettamente tecnico e musicale, Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e soci hanno proposto brani del loro passato repertorio, compresi quei tre pezzi straordinari che sono "La guerra è finita", "Un romantico a Milano" e la sempre più bella "Il corvo Joe". Non sono mancati ovviamente numerosi estratti dal nuovo "Amen", tra cui abbiamo particolarmente apprezzato : "Charlie fa surf", ovviamente, ispirata alla famosa opera di Maurizio Cattelan ("Charlie Don't Surf"), protagonista recentemente anche del nuovo progetto sul Mago di Oz di Fanny & Alexander; la deliziosa "Colombo" che ha uno di quei testi disperatamente e deliziosamente snob che solo i Baustelle attualmente sanno scrivere; "Panico!", che sembra una rivisitazione di "These Boots Are Made For Walking" di Nancy Sinatra; quel pezzo assolutamente sopra le righe, massimalista e dance, che è "Baudelaire", con cui la band di Montepulciano ha concluso il concerto prima dei successivi bis.
Dopo il concerto non abbiamo potuto non andare a dare il nostro addolorato al Macabre di Bra, che come ormai sapete ha chiuso i battenti. Arrivati per sentire le ultime canzoni dello show dei Mambassa, abbiamo osservato per l'ultima volta la mitica grotta di piazza Roma ascoltando la musica proposta dai vari dj (tra cui Alberto Campo, che ci ha fatto conoscere un pezzo che di lì a poco ha scandito le nostre giornate, "Great DJ" dei Ting Tings) che si alternavano alla console. Uscendo poi più tardi sotto la pioggia, con la tristezza nel cuore, abbiamo ringraziato la grande Dorina per le emozioni di tutti i questi anni.
La sera prima, venerdì 7, eravamo andati invece al Condorito per l'avvincente, a tratti quasi apocalittico e sempre sorprendente show di Enomisossab (www.myspace.com/enomisossab), ovvero Simone Basso, che accompagnato efficacemente alla batteria da Luca Bergia dei Marlene Kuntz, ha presentato il suo nuovo album "L'ombra di mezzogiorno", su cui vogliamo tornare con più calma non appena i nostri impegni davvero eccessivi ce lo permetteranno. Chi c'era ha assistito ad un'esibizione davvero di grande impatto: le sperimentazioni vocali di Simone, le sue provocazioni e l'uso scenico e teatrale del suo corpo sono il frutto di una ricerca creativa che dura da anni e che non smette mai di stupirci e di coinvolgerci. Da segnalare, la cover davvero portentosa e ovviamente completamente stravolta di "Crushed by the Wheels of Industry" della band hardcore italiana anni Ottanta Cheetah Chrome Motherfuckers (www.myspace.com/cheetahchromemotherfuckers).
Le star della serata del "Volume Summer Festival" di Bra erano però i Perturbazione che hanno proposto un'altra delle esibizioni semi-unplugged del loro "Pianissimo tour". Il calore e la poesia sono state notevoli come notevoli, anche se la situazione era molto diversa dal contesto raccolto e particolarmente caldo del Ratatoj, dove Tomi e soci sono stati qualche tempo fa. Molto belle, oltre alle versioni quasi acustiche di gemme come "Il senso della vite" e "Agosto", anche le quattro cover finali: l'energica "Waiting Room" dei Fugazi (cfr. http://www.youtube.com/watch?v=rOKxe26fT5g&feature=related), l'intensa "Boys Don't Cry" dei Cure, la divertentissima "Et moi, et moi, et moi" di Jacques Dutronc (cantata da Gigi, guardatela su http://www.youtube.com/watch?v=Ousk0s_HEAY) e - novità della serata - la struggente versione de "La canzone del Piave" dei Northpole, che nelle mani dei Perturbazione diventa un piccolo capolavoro.
Prima dei Perturbazione, si erano esibiti anche i droneresi Running Woman Idea (www.myspace.com/runningwomanidea) con i loro efficaci brani strumentali intelligentemente in bilico tra elettronica e roc (e i raffinati visuals di Carlo Cagnasso), i torinesi Did (www.myspace.com/didmusik), autori di un divertente show all'insegna del punk-funk post-Disco Drive che si è progressivamente consolidato in corso d'opera dopo un inizio - per così dire - un po' traballante, e - ancora prima - un'altra band torinese, gli Armstrong?, il cui pop iniettato di piccole dosi di elettronica, pieno com'è di riferimenti a suoni indie americani e inglesi più o meno recenti, ci era piaciuto molto ascoltando le loro canzoni su www.myspace.com/armstrongorwhat. Dal vivo, purtroppo, l'incanto non si è ricreato, soprattutto a causa della voce del cantante, davvero al di sotto dell'accettabile. Se erano solo problemi tecnici, siamo pronti a ricrederci alla prossima occasione. La coerenza, come diceva Oscar Wilde, è d'altronde la virtù degli idioti.
[16 giugno 2008] Come vi abbiamo già detto, l'"Agenda rock" ha per così dire un'"appendice nazionale" che esce nella nuova versione del mensile "Il Giornale della Musica". Nel numero ora in edicola, oltre ai vari concerti interessanti che ci sono giro per l'Italia, ci occupiamo in modo particolare delle due esibizioni dei Radiohead che suoneranno a Milano il 17 e il 18 giugno. Se vi interessa il nostro articolo di presentazione sulla band di Thom Yorke e soci, andate su www.giornaledellamusica.it/edicola/?id=22851. Grazie.
[10 giugno 2008] Tra i dischi che abbiamo amato di più nei mesi scorsi un posto speciale spetta a "Dirt Farmer" di Levon Helm, il batterista di The Band, la mitica formazione resa famosa da Bob Dylan, a "100 Days, 100 Nights" di quella straordinaria cantante soul che è Sharon Jones e infine a "All Hour Cymbals" della band newyorchese Yeasayer, autrice di una delle contaminazioni sonore più interessanti e coinvolgenti degli ultimi tempi. Se volete leggere le nostre recensioni di questi tre album pubblicate sul numero 34 di giugno, appena uscito, della rivista "Slowfood", la potete trovare andando su http://editore.slowfood.it/editore/riviste/slowfood/IT/34/rubriche/Slowfood34_005.pdf. E - soprattutto - buon ascolto!
Il video in bianco e nero girato da Irene Grandi per la sua recente versione di “Sono come tu mi vuoi” di Mina vi è piaciuto per il suo fascinoso glamour anni ‘60? Nella lista dei vostri amori musicali (più o meno segreti) ci sono le canzoni della prima parte della carriera della Tigre di Cremona, come “Se telefonando”, “Le mille bolle blu” o “Se c’è una cosa che mi fa impazzire”? Allora, probabilmente c’è una nuova band emergente che potrebbe fare per voi. Si chiamano Sòfa con l’accento sulla o (www.myspace.com/bandsofa), sono un quartetto torinese formato da un chitarrista (Booka), un bassista (Ciccio), un batterista (Iwi) e soprattutto una bravissima cantante (Gema). Sono amici dei braidesi Mambassa, di cui tra l’altro Syria ha interpretato due canzoni nell’ultimo disco, e hanno registrato il loro primo album, “In apnea”, al Vanilla Studio di Verduno, nelle Langhe, insieme a Andrea Bergesio. Contiene otto pezzi originali (più una cover di “Un bacio è troppo poco” di Mina, appunto) che guardano alla migliore canzone italiana degli anni ’60-’70, senza la pretesa di ricostruirla filologicamente. Se in certi momenti sembra emergere un’attitudine rock, il tono prevalente della raccolta si muove in bilico tra romanticismo e raffinatezza: è la notevole performance vocale di Gema, però, l’elemento più prezioso, in particolare in brani davvero belli come “Romantique”, “In apnea” e “Metereopatica”. E’ un peccato che queste atmosfere intelligentemente rétro non vengano recuperate nella dimensione live, come si è potuto constatare agli Ex Lavatoi di Cuneo giovedì 15 maggio. A partire dal look del quartetto fino agli arrangiamenti nettamente più rumorosi rispetto al disco, i Sòfa finiscono per perdere per strada gran parte della magia che sanno creare in studio. In ogni caso, le carte in regola ci sono tutte: forse il rodaggio dev’essere semplicemente concluso. Nella scaletta, oltre ai pezzi del disco, una cover della Vanoni, “Messaggio” di Alice (e Battiato), un pezzo di Adamo e un sentito omaggio di Gema a Chavela Vargas, la mitica cantante messicana, famosa per i suoi modi anticonformisti, riscoperta recentemente da registi come Almodovar (“Il fiore del mio segreto”), Taymor (“Frida”) e Iñarritu (“Babel”).